Enogastronomia e piccoli Comuni. Sfidare la crisi rilanciando i territori e creando un modello di economia a misura d’uomo

Ben 270 dei 293 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) italiani riconosciuti dall’Ue, il 92% del totale, nascono nei piccoli Comuni e sono il simbolo di un'Italia che sfida la crisi e fa impresa puntando su identità, tradizione, creatività e innovazione. E la nuova legge sul loro sostegno e valorizzazione offre uno strumento in più

C’è un’Italia che sfida la crisi puntando sulla propria identità e su un patrimonio di arte, bellezza, cultura e tradizioni, ma anche di profumi, odori e sapori unico al mondo perché anche l’enogastronomia fa parte della ricchezza di tesori custoditi in migliaia di borghi e piccoli centri incastonati nel tessuto nazionale. E’ l’Italia dei piccoli Comuni: 5.567 aree con meno di 5mila abitanti che rappresentano il 69,7% dei 7.977 Comuni italiani e in cui vivono poco più di 10 milioni persone, il 16,5% della popolazione.

Ed è un’Italia che fa impresa, convinta che anche da qui possa ripartire il futuro del Paese. A condizione di puntare su qualità, tradizione, creatività e innovazione.

Di questo si è parlato oggi, 11 gennaio, a Roma, nel corso di un incontro promosso da Coldiretti e Fondazione Symbola in occasione dell’apertura dell’ Anno nazionale del cibo italiano nel mondo, lanciato dai ministeri dei Beni e delle attività culturali e delle Politiche agricole.

Al centro dei lavori la “mappa gourmet” contenuta nella fotografia del Paese scattata per la prima volta dal rapporto “Piccoli Comuni e tipicità” di Coldiretti e Symbola, presentato da Stefano Masini, responsabile nazionale Ambiente e territorio di Coldiretti. Il Piemonte, spiega, “è la regione con il maggior numero di piccoli Comuni (1.067) seguito da Lombardia (1.055) e Campania (338), ma in percentuale la più alta densità di centri sotto i 5mila abitanti sul totale regionale è in Valle d’ Aosta (99%) e Molise (92%)”. E si tratta “di aree non segnate da un indice di vecchiaia; sono quasi 4 milioni i giovani under 40 che vi risiedono, e tra questi 1,3 milioni i ragazzi under 15. Sono pertanto aree vitali: di qui l’importanza di investire in cultura e formazione”.

Ben 270 dei 293 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) italiani riconosciuti dall’Ue, il 92% del totale, nascono nei piccoli Comuni che garantiscono la produzione di tutti i 52 formaggi a denominazione, del 97% dei 46 olii extravergini di oliva, del 90% dei 41 salumi e dei prodotti a base di carne, dell’89% dei 111 ortofrutticoli e cereali e dell’85% dei 13 prodotti della panetteria e della pasticceria. Ma grazie ai piccoli centri è garantito anche il 79 per cento dei vini più pregiati che rappresentano il Made in Italy nel mondo.

Di qui l’appello di Enzo Bianco, presidente Consiglio nazionale Anci (Associazione nazionale Comuni italiani): “C’è un’Italia che vive sullo scaricabarile e un’Italia che produce e fa impresa, è quella dei piccoli Comuni. Facciamo squadra tra imprenditori, sindaci, politici per creare un’alleanza produttiva”. Sfruttare le opportunità offerte dai territori è ora più semplice grazie alla legge n.158/17 sui piccoli Comuni dello scorso ottobre che prevede misure per la valorizzazione di queste aree, come la diffusione della banda larga, la promozione dell’agroalimentare a filiera corta, il turismo di qualità; investe sulla dotazione di servizi, tutela dell’ambiente, messa in sicurezza di strade, scuole e del patrimonio edilizio pubblico. L’obiettivo del provvedimento, spiega Ermete Realacci, presidente di Symbola e primo firmatario della norma, “non era solo trovare fondi ma orientare le politiche, a partire da un investimento nei piccoli Comuni su banda larga, servizi essenziali, scuole, presidi sanitari, uffici postali”. La sua approvazione “è solo un primo passo per rendere protagoniste le piccole comunità” nella realizzazione di “un’economia più a misura d’uomo”.

L’Italia “è forte se ha la capacità di produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo”

Ricorrente la preoccupazione per lo spopolamento. “Rimanere nei piccoli Comuni e fare agricoltura non è facile. Soprattutto per chi vive in un territorio compreso nel cratere colpito dal terremoto. In 40 anni siamo stati colpiti da tre eventi sismici”, la testimonianza di Agnese Benedetti, sindaco di Vallo di Nera. “Abbiamo bisogno – dice – del sostegno delle istituzioni. Le importanti misure contenute nella legge, ed anche altre, come l’alleggerimento di tasse e burocrazia, potrebbero non solo contrastare lo spopolamento ma anche attrarre persone”. Per Massimo Castelli, coordinatore Anci piccoli Comuni, “il tema dello spopolamento deve incrociare i grandi temi nazionali”. “La questione politica e antropologica che abbiamo di fronte – chiosa Enrico Borghi, presidente dell’Unione nazionale Comuni comunità ed enti montani (Uncem) – è il rapporto tra risorse dei territori, centrali per la qualità della vita, e prospettiva del loro spopolamento”. Fiorello Primi, presidente di Borghi più belli, chiede a governo e regioni “un piano trentennale di messa in sicurezza del territorio e investimenti sul patrimonio edilizio e abitativo esistente ne piccoli Comuni”. Contro lo spopolamento “esistono nuove forme di artigianato che possono essere avviate, occorre riaprire le botteghe e pensare a start up per i giovani”.

“E’ il lavoro che frena lo spopolamento”, osserva il presidente Coldiretti Roberto Moncalvo ribadendo a conclusione dell’incontro la necessità di difendere in tutte le sedi e a tutti i livelli la qualità e l’unicità del patrimonio enogastronomico italiano. “La partita sull’etichettatura deve essere portata a termine su tutte le produzioni”, sostiene avvertendo che “non i sussidi pubblici, ma solo la difesa della qualità dei prodotti e il lavoro svolto per produrli può frenare, creando occupazione, la fuga dai piccoli Comuni. Per questo sono fondamentali un’attenta vigilanza e un sistema di regole a tutela del cibo” oltre a “un riconoscimento giuridico del sistema economico dei borghi”. E oggi “l’agricoltura è pronta a dare una risposta anche dal punto di vista sociale”, chiosa, richiamando le 1.200 imprese di Coldiretti che, dotate di asili nido interni e i cui dipendenti “sono per un terzo migranti integrati nel nostro Paese” rappresentano “il nuovo”.

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