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Cannes omaggia “Ladri di biciclette” per i 70 anni della pellicola. “Una vera catechesi di umanità” come ricorda papa Francesco

Riportato nel suo splendore originario dal laboratorio L’Immagine Ritrovata della Fondazione Cineteca di Bologna, con sostegno dell’Istituto Luce-Cinecittà, il film frutto del sodalizio De Sica-Zavattini non è solo un’importante pagina di storia del cinema mondiale, opera portante della scuola neorealista italiana, ma è anche fotografia sociale di un’umanità ferita tra le macerie del Secondo dopoguerra, in cerca di una possibilità di riscatto

Dopo “Pope Francis. A Man of his Word” di Wim Wenders, presentato domenica scorsa a Cannes, la 71ª kermesse festivaliera, nella sezione Cannes Classics, presenta la copia restaurata di “Ladri di biciclette”, film di Vittorio De Sica su sceneggiatura di Cesare Zavattini che quest’anno compie 70 anni dalla prima proiezione, nell’autunno del 1948, uno di quei film che Papa Francesco ha annoverato, insieme a “I bambini ci guardano” e ad altre opere neorealiste , “una vera ‘catechesi’ di umanità”.
Riportato nel suo splendore originario dal laboratorio L’Immagine Ritrovata della Fondazione Cineteca di Bologna, con sostegno dell’Istituto Luce-Cinecittà, il film frutto del sodalizio De Sica-Zavattini non è solo un’importante pagina di storia del cinema mondiale, opera portante della scuola neorealista italiana, ma è anche fotografia sociale di un’umanità ferita tra le macerie del Secondo dopoguerra, in cerca di una possibilità di riscatto.

“Ladri di biciclette”, uno sguardo verso le periferie. “Perché faccio questo film? Eccolo, dopo ‘Sciuscià’, ho avuto tra le mani trenta o quaranta copioni, se volete uno più bello dell’altro, pieni di fatti, di circostanze fortissime. Ma io cercavo una vicenda meno straordinaria, nell’apparenza, una vicenda di quelle che accadono a tutti, e specialmente ai poveri”. Così scriveva Vittorio De Sica nel febbraio del 1948, presentando il suo progetto insieme a Cesare Zavattini, con cui aveva già lavorato tra l’altro in ‘Sciuscià’ nel 1946 e in ‘I bambini ci guardano’ nel 1943. “Siamo come il caffè e il latte” chiosava il noto sceneggiatore per ribadire l’amalgama tra i due artisti. La storia di “Ladri di biciclette” prende le mosse dal romanzo omonimo di Luigi Bartolini del 1946, dal quale però, la sceneggiatura, prenderà le distanze. Infatti precisa lo stesso De Sica: “La storia si differenzia dal libro (che è davvero festoso, colorito e direi picaresco) in maniera piuttosto radicale. Basti dire che il protagonista, il derubato, non è Bartolini ma un attacchino che gira disperatamente per Roma in cerca del suo veicolo”.

De Sica e Zavattini scrivono un film in chiave sociale, cogliendo tutto lo smarrimento di un’umanità che arranca in cerca di un posto sul treno della ripresa economica del Paese.

Il protagonista del film, Antonio (Lamberto Maggiorani), vive il dramma della disoccupazione con una famiglia cui badare. Possiede ormai ben poco, perché i suoi beni sono impegnati al Monte di Pietà. Quando arriva l’occasione di un posto da attacchino comunale, si impegna anche le lenzuola pur di riscattare la propria bicicletta indispensabile al lavoro. Nel momento in cui tutto sembra riallinearsi sul binario della speranza, arriva la vertigine del male. La bicicletta gli viene rubata. Antonio, accompagnato dal figlio Bruno (Enzo Staiola), si mette alla ricerca della propria bicicletta, in un vagare tra rioni e mercati senza sosta, consumato fino all’estremo dalla voglia di un riscatto a lungo atteso. Riscatto che dovrà attraversare i binari dell’umiliazione.

Una questione di sguardi tra padre e figlio. Poetico e inquietante è il gioco di sguardi che si scambiano i due protagonisti, padre e figlio. Negli occhi di Antonio leggiamo tutto lo spaesamento di un uomo che non si sente più tale. Un uomo allo stremo delle proprie forze, esausto da una realtà così aspra che non sembra concedere alcun segnale di tregua. E poi gli occhi di Bruno, ragazzino adultizzato diremmo noi oggi, che segue silenziosamente, teneramente, i gesti del padre, sospettando persino qualche azione tragica del genitore. E saranno i suoi occhi, infatti, le sue lacrime, il suo gridare in maniera convulsa “Papà, papà, papà…” a rimanere imprigionati nell’immaginario spettatoriale nella sequenza finale del film, quando Antonio dopo un goffo e disperato tentativo di furto è accerchiato da una folla capace solo di invocare castigo e giustizia.

Alla fine prevale la comprensione nei confronti di un padre al quale è necessario dare un’altra possibilità.

Non si tratta di compromesso con un reato, quanto piuttosto della necessità di assumere uno sguardo nuovo sulla realtà. Su questo il regista puntualizza: “Se il ridicolo vi è in questa storia, è il ridicolo delle contraddizioni sociali su cui la società chiude un occhio; è il ridicolo dell’incomprensione per la quale è molto difficile che la verità e il bene si facciano strada. Alla sofferenza degli umili il mio film è dedicato”.

L’immagine di un Paese sul crinale del cambiamento. L’opera di De Sica-Zavattini si inserisce all’interno di quella spinta propulsiva del cinema italiano – di cui fanno parte come principali esponenti anche Roberto Rossellini (“Roma, città aperta, 1945; “Paisà”, 1946), Luchino Visconti (“Ossessione”, 1943; “La terra trema”, 1948) e Giuseppe De Santis (“Riso amaro”, 1949) – che infrange gli schemi narrativi preesistenti, che imponevano una certa distanza dalla realtà. È un pedinamento del reale, per usare dei termini zavattiniani, quello che si verifica con il cinema neorealista; è un’immersione nella dimensione sociale italiana uscita dalla guerra, abbracciando con lo sguardo soprattutto le periferie.

Il cinema italiano di quegli anni ha saputo porre al centro del racconto gli ultimi, le loro sofferenze e la loro ansia di riscatto.

Messi dunque da parte telefoni bianchi e ambienti borghesi, il cinema ha imbracciato la macchina da presa ed è sceso in strada per raccontare la vita autentica. E così è stata mostrata una strada densa di macerie e di povertà. Non c’è traccia però di pietismo né di edulcorazione, ma di un chiaro impegno a rivelare la realtà in tutta la sua complessità, soprattutto per chi abita ai margini.
Una fotografia sociale che trova la sua intensità in pochi, pochissimi anni. Già dopo “Ladri di biciclette” e “La terra trema” del 1948, il cinema neorealista sembra infatti mitigare il suo tratto, per virare verso un orizzonte che si tinge di colori, con un Paese che si incammina lungo il sentiero del cambiamento, del boom economico, che arriverà però solo sulla soglia degli anni Sessanta. Ma questa è un’altra storia.

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