Colombia: mons. Henao (Caritas-Pastorale sociale), appello per “nuovo cessate il fuoco tra governo e Eln”. Nuove violenze di bande paramilitari in Antioquia

Il Comitato nazionale del Consiglio nazionale per la pace, la riconciliazione e la convivenza (Cnprc), presieduto da mons. Hector Fabio Henao Gaviria (direttore del Segretariato Caritas-Pastorale sociale della Chiesa colombiana), ha rilasciato una dichiarazione (pubblicata ieri sul sito della Conferenza episcopale colombiana) in cui chiede un cessate-il-fuoco bilaterale a tempo indeterminato tra governo e l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). Si legge nella nota: “È necessario dare continuità al tavolo dei negoziati e concordare urgentemente un nuovo cessate-il-fuoco bilaterale a tempo indeterminato, facendo una valutazione sul precedente, correggendolo e migliorandolo”. Un cessate-il-fuoco che “includa i progetti operativi che consentano la sua rigorosa verifica da parte delle Nazioni Unite”. Mons. Henao chiede ai Paesi garanti e alla comunità internazionale di mettere a disposizione tutti i loro sforzi e buoni uffici perché, appena i colloqui di pace riprenderanno, si verifichi una maggiore partecipazione dei cittadini.
Resta intanto teso il clima in molte zone del Paese, a causa di attacchi di gruppi armati e paramilitari. Uno di questi attacchi si è verificato a La Estrella, nel comune di Yarumal (dipartimento di Antioquia): sette persone sono state uccise, tra cui alcuni minori. In una nota il vescovo di Santa Rosa de Osos, mons. Jorge Alberto Ossa Soto, scrive che “ogni azione commessa contro la vita delle persone compromette le fondamenta della vita umana, della sana democrazia e della vera pace”. Il vescovo segnala l’emergenza umanitaria che si è verificata nel comune di Cáceres, a causa dello sfollamento di 376 persone, che si sono ritirati in città per paura di perdere la vita a causa degli scontri armati che si susseguono nelle campagne. Mons. Ossa ha fatto appello ai gruppi armati illegali perché “sia rispettata la vita di questi campesinos” e alle istituzioni statali “perché diano garanzie per il ritorno di queste famiglie alle loro terre”.

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