Riso: i produttori chiedono più protezione all’Europa nei confronti della concorrenza asiatica

Il sistema del riso europeo chiede più protezione nei confronti della concorrenza asiatica. La richiesta è arrivata dal secondo Forum europeo del riso che si è svolto presso il Copa (Comitato delle organizzazioni agricole europee) e che ha coinvolto non solo i produttori ma anche gli europarlamentari. Alla base della questione, infatti, la serie di accordi politici che negli anni l’Ue ha sottoscritto per il libero scambio con i produttori dell’Asia. Secondo i risicoltori italiani (Confagricoltura in particolare), “la liberalizzazione delle importazioni dai Paesi meno avanzati (Pma), avviata il primo settembre 2009, ha provocato un graduale aumento delle importazioni, che hanno raggiunto il loro apice nella campagna 2015/2016 con 1,239 milioni di tonnellate di equivalente riso lavorato”. In questo modo, sempre secondo i risicoltori, la Cambogia è diventata in assoluto il primo fornitore di importazioni del prodotto in questione verso la Ue, con quasi metà delle importazioni totali di riso Indica lavorato e semilavorato verso la Ue. Effetto di queste importazioni è stato un calo consistente del prezzo del prodotto europeo. Mentre Coldiretti ha sottolineato come in Italia nell’ultimo anno sono aumentare del 736% le importazioni dalla Birmania raccolto anche sui campi della minoranza Rohingya costretta a fuggire a causa della violenta repressione da parte del governo locale. Per i coltivatori gli accordi europei hanno come risultato “che un pacco di riso su quattro venduto in Europa contiene prodotto straniero con le quotazioni del riso italiano per gli agricoltori che sono crollate dal 58% per l’Arborio e il Carnaroli al 37% per il Vialone nano, mentre al consumo i prezzi sono rimasti sostanzialmente stabili”. Da qui la richiesta di far scattare le clausole di salvaguardia per il prodotti europeo oltre che forti azioni di informazione. L’Italia è il principale produttore europeo di riso con oltre 4.000 aziende su poco meno di 230mila ettari, per un fatturato al consumo di circa un miliardo di euro all’anno.

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